Daccò, il faccendiere arrestato per bancarotta ammette: «Ho preso quei soldi, me li dovevano»
GIOVANNA TRINCHELLA
Non ci sono solo meccanismi da chiarire di soldi in uscita, sovraffatturazioni, retrocessioni nella vicenda San Raffaele; ci sono le spese e le anomalie di una gestione, con affari immobiliari strapagati, che comportò l’acquisto di un superjet da venti milioni di euro, che secondo un esperto ne valeva la metà, e questo solo perché secondo un teste evitava a don Verzè di fare il check in. Chiede il pm al teste: «Le pare comprensibile il fatto che la Fondazione spenda quasi 20 milioni di euro per un aereo? Chi ha deciso questa cosa?» e lei: «La decisione è stata di Verzé e Cal certamente. Convengo che si sia trattato di un’operazione sopra le righe. Non so dire quanto venga sfruttato l’aereo, so che viaggia su Romna, Olbia e in Brasile (dove c’è la fazenda, ndr). Nessuno ci ha mai chiesto di calcolare comparativamente la convenienza di fruire di normali servizi di linea. Posso dire che don Verzè, vista l’età, non accetta facilmente dei normali check-in quando viaggia in aereo. Convengo che non è una motivazione seria per fare una spesa così enorme». A gestire all’inizio l’affare dell’aereo, forse è solo un caso, fu proprio Pierangelo Daccò. Che oggi saprà dal gip se resterà in carcere o andrà ai domicliari come ha chiesto la difesa che ha presentato una memoria in cui si contesta l’uso della legge fallimentare visto che la Fondazione è stata ammessa al concordato, data che per la procura di Milano è anche quella di inizio del reato.













0 commenti:
Posta un commento