venerdì 20 maggio 2011

La caccia alle streghe (Prima Parte)


Tra il 1450 e il 1750, con ondate diverse, migliaia di persone, per lo più donne vennero accusate del crimen excepta di stregoneria, di queste buona parte venne uccisa.
Io credo non si possa parlare di una sola caccia alle streghe, ma di un fenomeno che si sviluppò in modo diverso in diverse parti del mondo. Ciò che accomuna il fenomeno è la presenza di alcuni elementi comuni che, insieme, generarono questo fenomeno di isteria collettiva:
  • Il cambio di mentalità e il formarsi dell’idea che il satanismo e la stregoneria stregoneria fossero realtà concrete con caratteristiche e struttura ben definite: non solo il popolino credeva al maleficium, ma anche le classi colte erano certe dell’esistenza di una sette di streghe. All’idea rurale di una strega che lancia il malocchio, si somma la teoria culta che vedeva nella strega una adoratrice del demonio.
  • Problemi di carattere socio economico: crisi economica, guerre e conseguente aumento della popolazione femminile, carestie, epidemie. A seguito di ciò non fa che aumentare la paura della ribellione: le prime descrizioni di sabba compaiono allorquando l’Europa venne squassata dalle rivolte delle jaqueries
    .
  • Grandi stravolgimenti religiosi e sociali: la riforma protestante e la Controriforma, l’affermazione delle monarchie nazionali, creazione del capro espiatorio;
  • Il cambio giuridico, da processi di carattere accusatorio a inquisitorio.
È difficile capire quali siano cause e quali conseguenze, credo, quindi, sia opportuno indagare questo periodo di crisi come il passaggio dal mondo dell’armonia e della fissità, tipico del medioevo, a quello in continua evoluzione, sociale ed economica, proprio dell’età moderna. Gli uomini della fine quattrocento cominciano a mettere in discussione la fiducia in dio, la sicurezza della fede e della religione: da più parti il mondo medievale sembra scricchiolare e i suoi valori saltano.
Il Rinascimento, periodo esaltato un tempo come emancipazione dalla schiavitù medievale, non inventa certo le streghe, ma le codifica e le descrive. Nel 1484, papa Innocenzo VII concede agli inquisitori Kramer e Sprenger, domenicani tedeschi, la facoltà di creare il manuale del perfetto cacciatore di streghe. Così nasce il Malleus maleficarum (martello delle streghe), pubblicato per la prima volta nel 1486. A partire da questo trattato la strega assume caratteristiche più definite, un volto preciso e chiaro per l’inquisitore: nasce il nuovo capro espiatorio.
Nei secoli medievali la paura viene da un nemico al di fuori della società e ben riconoscibile: ebrei, mussulmani, lebbrosi sono massacrati ad ondate e considerati inquinatori di pozzi, infanticidi, profanatori dell’ostia. La strega è, invece, un nemico interno, che non attenta solo alla vita delle persone, ma all’intera cristianità: è lei che sconvolge l’ordine. Inoltre, e qui c’è l’assoluta novità, non solo realizza ogni serie di pozioni e sortilegi, la strega è colei che fa un patto con Satana, l’Avversario per antonomasia. Se il lebbroso, il pazzo, l’ebreo e l’arabo potevano essere tollerati se isolati dalla società, la strega doveva essere eliminata. Uccidere la strega significava uccidere Satana, era il dovere di un cristiano.. È per questo che la Chiesa costruirà un ragionamento teologico e, in un certo qual modo, razionalista sulla necessità di estirpare la strega, origine di ogni male. Le cacce alle streghe, quindi, devono essere viste non solo come un fenomeno di isteria collettiva (a fasi alterne tutti i gruppi a margine della società dovettero subire persecuzioni), ma soprattutto come una pianificazione, assurda e errata certamente, di purificazione del mondo dal male.
Profanatori dell’ostia.
LE STREGHE ESISTONO!
Nel momento in cui la persecuzione delle streghe diventa un compito importante per la Chiesa, nasce l’esigenza del manuale. Necessariamente rivolto alla classe colta e con un intento pratico, i manuali si susseguirono a partire dal Malleus maleficarum. Sebbene questo manuale, infatti, non fu mai adottato ufficialmente dalla Chiesa Cattolica; riscosse tuttavia i consensi di diversi inquisitori ed autorevoli ecclesiastici, nonché di giudici dei tribunali statali e secolari. L'immediata e durevole popolarità di questo libro contribuì a scalzare l'autorevolezza di un precedente testo di riferimento per i casi di stregoneria: l'antico Canon episcopi.
Come abbiamo visto, nel canon Episcopi veniva detto chiaramente che alcune donne credevano di cavalcare di notte per recarsi al sabba; nei manuali di questo periodo non c’è più spazio per i dubbi: le streghe esistono veramente e hanno caratteristiche ben precise che l’inquisitore deve imparare a riconoscere. Esse, infatti, sono subdole, possono assumere qualsiasi forma e ingannare facilmente chi si avvicina loro. L’assenza di segni specifici che le identifichino, le rende il pericolo più grande: una strega può apparire in qualsiasi momento, in sogno, in una tempesta.
«Ai nostri giorni, coloro che si sono interessati alla salute del corpo e dell’anima e a ciò che le streghe, donne vampiro, negromanti e altri analoghi scellerati mettono diabolicamente in opera contro la stirpe umana, ci hanno fatto conoscere per filo e per segno le confessioni degli autori di sortilegi […]» (Guaccio, Compendium maleficarum, 1626).
Così scrive Giaccio [1] nel 1626, 150 anni dopo il malleus, nessuno ormai dubita dell’esistenza della setta di streghe e stregoni, anzi il manuale è proprio scritto a partire da confessioni e da fatti che Giaccio giudica reali:
«Bernardo Da Como narra che a Mendrisio, nella diocesi di Como l’inquisitore Bartolomeo di Omate, il potestà e il notaio stavano processando alcune streghe. Volendo appurare se era vero che si recavano fisicamente al sabba uscì un giovedì e si recò nel luogo indicato da una di esse […] Là giunti scorsero molte persone radunate davanti al diavolo» (ibidem).
«Altra cosa che ritengo vera è che le streghe vengano veramente trasportate da un luogo a un altro a opera del Diavolo, il quale sotto le sembianze di una capra o altro animale fantastico, le trasporta al sabba e assiste alle oscenità che commettono» (ibidem).  
Streghe e stregoni si spostano, volano e si radunano intorno al demonio: questa credenza è la somma di due tradizioni, una colta e l’altra di natura folklorica.
La Scolastica affermava che il Diavolo possedesse poteri di locomozione e che fosse in grado di trasportare persone nel suo elemento, l’aria, e, inoltre, sottolineava la possibilità dei demoni di assumere forme umane e di stringere patti con gli uomini. A questi elementi eruditi si sommano le antiche leggende sulle striges e sul corteo di Diana o domina abundantia, ormai evolutasi, nel Quattrocento, nell’idea di una setta di maghi dedita all’adorazione del demonio.
Le streghe volano sollevate da raffiche di vento o dai loro poteri, a volte si spalmano di unguenti e come confessò la “strega” Matteuccia di Francesco pronunciano formule magiche:



«Unguento, unguento, 
mandame a la noce di Benivento 
supra acqua et supra ad vento 
et supra omne maletempo» 
(Verbali dell’interrogatorio di Matteuccia di Francesco abitante a Ripabianca [2], bruciata nel 1428)
Sicuramente, però, il mezzo di trasporto più tipico per il volo è la scopa: l’uso di questo simbolo è riconducibile alla preponderanza femminile delle streghe, all’uso della scopa nei riti pagani di fertilità e al suo essere un simbolo fallico.
La strega ha molti poteri tra cui quello di trasformarsi, se il Canon episcopi affermava:
«Nessuno deve credere, che l’uomo possa davvero mutarsi in besta, o la bestia in uomo: si tratta solo di finzioni magiche che hanno la forma e non la sostanza delle cose che paiono essere».
La realtà dei processi ci mostra un quadro molto diverso:
«Si legge che nel 1546, a una certa Margherita di Esseling il ventre gonfiò di una circonferenza spropositata[…] Partorì dal grembo vermi spropositati e più di 150 serpenti. Il fatto fu considerato portentoso, ma fu prodigio di demoni, compiuto dalla madre della ragazza per denaro» (Compendium maleficarum).
Helen, accusata di stregoneria nel 1661, racconta come le streghe si fossero infilate in casa sua la prima volta per convincerla a recarsi al sabba:
«da lì portarono birra e passarono attraverso un piccolo buco sotto forma di api e divennero nella sostanza della birra […] Il diavolo era con loro nella forma di grande cavallo» (Dalla confessione di Helen Guthrie Forfart, 1661).
Quando il diavolo appariva alla strega era rivestito di carne e ossa, di bell’aspetto: talvolta, come in questo caso, la sua forma era di animale. 
  
Le streghe ed il sabba.
IL PATTO COL DIAVOLO: IL SABBA
La strega è un essere umano legato al diavolo da un patto o da un contratto che lo renda d suo servitore. A intervalli regolari le streghe dovevano recarsi a convegni sacrileghi e orgiastici, conosciuti col nome di sinagoga e, in seguito di sabba. C’erano i sabba ordinari, che generalmente avvenivano di venerdì e vi si radunavano poche streghe, e c’erano i sabba ecumenici, che si tenevano tre o quattro volte l’anno e a cui partecipavano streghe provenienti da ogni parte.
Il sabba è il luogo dell’incontro con Satana, il luogo in cui viene stipulato il patto solo dopo aver rinnegato totalmente la fede cristiana, sbeffeggiando i suoi riti:
«Io dichiaro di aver stipulato un patto col diavolo e di avere l’abitudine di recarmi su un manico di scopa per andare al sabba. Là trovavo un demonio chiamato Monseigneur che talvolta si trasformava in rospo e io gli rendevo omaggio baciandolo sotto la coda. A chi partecipava al sabba era richiesto di rinunciare del tutto alla fede cristiana» (Dichiarazione di Guillaume Adeline, dottore di teologia, Normandia 1453).
Caterina Bonivarda, di Gambasca, provincia di Cuneo, viene accusata a fine ‘400 di essere una strega, dopo frequenti torture confessa di aver fatto un patto col diavolo: il patto è suggellato da una ritualità ben precisa e dall’unione sessuale. In cambio di fedeltà la strega otterrà denaro ricchezza e protezione:
«Fece per terra una croce con due paglie e poi pose il deretano sopra di esse, rinnegando espressamente Dio, la fede e il battesimo; e prese il detto demone in suo amante, signore e maestro, promettendo di servirlo e di obbedirgli e di dargli ogni anno un pollo bianco […]».
«Non preoccuparti, perché se accetterai di fare ciò che ti dirò, io aggiusterò ogni cosa e farò in modo che tu sarai consolata e contenta e ti darò molte ricchezze e denari» (Verbali del processo a Caterina Bonivarda, 25 novembre 1495).
Ci si reca al sabba in volo, perché esso si trova in luoghi distanti e perché è un luogo altro in sé. Curiosamente i sabba si trovano spesso in luoghi già nell’antichità deputati a pratiche magiche: crocicchi, cimiteri, paludi, sotto alberi sacri.
«Il Diavolo, essendo venuto per condurla al sabba, la chiamò senza che nessuno lo udisse e le diede un unguento col quale, dopo essersi spogliata, si strofinò la schiena il ventre e lo stomaco: poi, rivestitasi, uscì dalla porta e fu immediatamente sollevata in aria a grande velocità. E in un istante si trovò sul luogo del sabba, che era nei pressi del cimitero. Arrivata aveva adorato il diavolo che soleva star ritto sulle zampe posteriori, aveva avuto rapporti con lui in forma di cane e aveva ballato con lui schiena a schiena. E dopo aver ballato aveva bevuto vino che non le era parso buono e mangiato pane bianco. Non aveva mai visto sale»(Confessione di Colette du Mont, isola di Guernsey 1617).
La riunione è presieduta dal demonio che siede su un trono d’ebano: dalle sue corna fluisce luce e dai suoi occhi fiamme, la sua voce è orribile e il volto emana malinconia
Durante il sabba Satana chiede che si rinunci alla fede cristiana e che gli si rechi onore con il bacio osceno sul deretano, sul piede sinistro o sui genitali. Poi, vestito di nero, con mitra e cotta, tiene un sermone e ordina i seguaci di non tornare al cristianesimo e promette loro un paradiso migliore di quello cristiano.
I seguaci donano a Satana dolci, farina, pollame e denaro e hanno con lui rapporti sessuali privi di piacere, come confessa Caterina Bonivarda all’inquisitore:
«Dopo di ciò ho avuto un rapporto sessuale col diavolo a parte posteriori, ma nel rispetto della natura. Da esso non ho ricavato piacere alcuno poiché il demone ha il membro virile molto freddo e diverso da quello degli altri uomini» (Verbale degli interrogatori di Caterina Bonivarda, Cuneo 24 novembre 1495).
L’adorazione del demonio non avviene sempre nello stesso modo; dice infatti Guaccio:
«Le streghe non lo adorano sempre nello stesso modo. A volte piegano supplici le ginocchia, a volte stanno ritte ma volgendogli le spalle o a gambe in su e testa all’indietro. Offrendogli poi candele nere come la pece, o anche il cordone ombelicale dei neonato, gli baciano - in segno di rispetto - il didietro» (Compendium maleficarum).
Il patto con Satana non permette libero arbitrio, non ci si può mai rifiutare di compiere il suo volere o di recarsi al sabba, fare un patto con il demonio significa divenirne schiavi:
«se qualcuna accampa pretesti per non recarsi al sabba, il demone non la trascina a forza, ma, pur lasciandola a casa, le infligge dolori così lancinanti, nella mente e nel corpo, che non ha più requie.[…] Per far cessare i dolori la donna è costretta a confessare e a impegnarsi, sotto giuramento, di non rifiutarsi più di andare al sabba» (ibidem).
Infanticidio e cannibalismo
Il sabba concretizza un incubo universale: durante il rito si celebrano infanticidio e cannibalismo, da sempre atti che costituiscono tabù nel mondo occidentale e che quindi venivano imputati ai capri espiatori (cristiani al tempo dei Romani o ebrei al tempo dei cristiani).
«Circa due anni prima, in una notte d’estate esumarono dal cimitero di Martignana un figlio di quelli dei Francesi, che esse avevano ucciso la notte precedente e portatolo a Rofreddo, nella casa di Margherita Giordana, lo cossero nell’acqua e, mettendo da parte il grasso per ungere i loro bastoni, fecero salsicce delle sue carni e fra di loro se le mangiarono e divisero, dandone ad altri da mangiare» (Verbale degli interrogatori di Caterina Bonivarda e Caterina Borrella, Cuneo 6 dicembre 1495).
Il sabba è il regno della frenesia e della libido, le streghe ballano nude una danza ipnotica che le lascia spossate e insoddisfatte, anche l’accoppiamento con il demonio non dà loro alcun piacere, perché il seme di Satana è freddo. I cibi sono bellissimi a vedersi ma hanno sapori orribili e sono del tutto privi di sale che è simbolo di Cristo.
«Nei sabba vi sono tavole imbandite, cui le streghe si accostano per gustare le vivande che il demonio offre. A tutte accade che, anche se le tavole hanno un bell’aspetto, le vivande sono così repellenti che, a guardarle e ad annusarle, anche lo stomaco più attanagliato dalla fame ne ha nausea».
«Ai banchetti seguono danze sfrenate in cerchio, sempre volte verso sinistra che causano solo stanchezza, noia affanno».
«[…] Demoni e adepti si mischiano allora turpamente» (ibidem).
Il pasto servito è costituito da portate rivoltanti: pesce e carne dal gusto di legno marcio, vino col sapore dei liquami del letame, carne di bambini.
Le streghe sono eretiche e apostate, non vogliono sostituire la religione cattolica con le loro pratiche, ma sconfiggerla e glorificare satana, per questo i Sabba sono spesso ribaltamento del rito religioso. L’ostia non viene solo calpestata, ma profanata, così si legge nei verbali dei già citati processi a Caterina Bonivarda a Cuneo nel 1495:
«Tutte confessano di aver ricevuto nella Pasqua del 1493 il corpo del Signore nostro Gesù Cristo e, su istigazione dei demoni di essersi tolte da bocca l’ostia consacrata, di averla conservata e portata nella loro riunione notturna, di averla gettata in terra colpendola con verghe sino a ridurla in minuscoli pezzetti su cui avevano sputato e urinato, mentre i demoni presenti esultavano».
Spesso veniva somministrata una parodia dell’eucarestia sotto ambo le specie, ma quel che si riceveva era un oggetto duro e nero e un boccale pieno di liquido nauseabondo.
   
IL POPOLO E LE STREGHE: I MALEFICIA
Se le classi colte erano ossessionate dall’idea del complotto e della ribellione e il Sabba costituiva per loro il peccato più grande delle streghe, per il popolino questo aspetto divenne importante solo quando, grazie alle prediche e all’azione degli inquisitori, venne conosciuto. Fu così che il sabba e l’idea del patto con il diavolo si unirono a paure ben più pratiche e concrete, quelle dei maleficia.
Osserviamo questo racconto che ci fa Guaccio:
«Un certo Johan, mugnaio di Welferdingen, aveva un bimbetto d’un anno che era la sua gioia. Agathe di Pittelingen e Maria di Hoheneck lo sottraggono di nascosto nella culla e lo mettono su una pira eretta su un erto monte detto La Grise. Ne estraggono poi, con cura, le ceneri e le bagnano con rugiada delle spighe di grano e delle erbe, formando una pasta friabile, da spargere sulle viti e sulle piante, in modo da ucciderle in pieno fiore e impedire che diano frutto» (Compendium maleficarum).
In questa testimonianza compare l’infanticidio, ma non atto a soddisfare e celebrare Satana, quanto a mandare un maleficio sulle spighe: nel mondo contadino le streghe attentano al benessere della società che, necessariamente, passa attraverso, la produttività dei campi o degli animali.
Maleficio sui campi
Gli operatori magici, come già ritenuto nell’antichità, potevano dominare gli eventi atmosferici, scatenare una tempesta solo spruzzando acqua verso il cielo.
«Ulli Hustly raccontò come una volta sua moglie aveva chiamato una levatrice che non era Dichtlin e Dio le diede un bambino. Allora Dichtlin minacciò sua moglie levando il dito e dicendo “Quanto scommetti che ti troverai nelle peggior condizioni?”. E arrivò un temporale e un fulmine cadde sulla sua casa e bruciò tutto quello che possedeva. Ed egli dice e giurerà sulla sua vita che questa fu opera di Dichtlin».
«Un po’ di  tempo fa Kuni andò a mietere. Giunse al fiume Luthern e vi trovò Anna che guardava in un gorgo del corso d’acqua. Kuni disse “Che cosa stai facendo?”. Ella rispose: “sto pescando”. Più tardi la vide in piedi nel gorgo, che si spruzzava d’acqua fra le gambe con entrambe le mani. E prima che giungesse a casa, ci fu un’acquazzone» (Verbali del processo a Dichtlin e sua figlia Anna, Svizzera 1502).
Come appare chiaro dai testi, ci troviamo in un contesto di società di villaggio, fatto di invidie e gelosie, era facile essere accusate di praticare la magia e di fare fatture. Nel 1502 alcuni uomini provenienti dai villaggi di Scholtz, Ettisweil e Albersweile si lamentarono con il sindaco per i malefici compiuti da Dichtlin, moglie di Hans in Der Gasse, e di sua figlia Anna. Il quadro che emerge è chiaro, una dozzina di testimoni lancia accuse contro Dichtlin e Anna, tutte riguardano i maleficia. Otto volte viene accusata di aver provocato temporali battendo l’acqua del fiume, in due casi ha causato la morte di un uomo, in un caso ha causato malattie, in un altro ha causato la morte di un bue e in un altro la distruzione di una proprietà con un fulmine. Dichtlin è una levatrice e l’unica una motivazione fornita per i suoi maleficia, è la gelosia contro le sue rivali nella professione.
Il mondo rurale aveva da tempo imparato a convivere con la magia, senza ricorrere ai roghi, anche se a fasi alterne alcuni accusati di magia furono uccisi dalla furia del villaggio. Questi, ad esempio, i modi per riconoscere e prendere provvedimenti contro i malefici del bestiame:
«Rimedi contro i malefici del bestiame. Sia ben noto che quando le streghe vogliono privare del latte le vacche, sogliono recarsi nella casa in cui esse si trovano, e chiedono n pochino di burro o di giuncata con cui preparano il sortilegio. Le vittime devono guardare attentamente sotto la soglia che le bestie devono varcare e controllare anche le greppie e gli abbeveratoi».
«Se necessario, scavino per terra, e, nel caso trovassero qualche oggetto nascosto, riempiano il buco con terra presa altrove, aspergendo d’acqua benedetta. Si tratta di cose senza valore come pietre, pezzi di legno, topi o serpenti».
Le streghe del mondo popolare ci fanno quasi sorridere, più che potenti mandanti del demonio, sembrano maghi dispettosi e iracondi, cui non interessa attentare alla vita della chiesa, ma punire i propri compaesani per torti subiti, come appare chiaro dalla storia della famiglia Trevisand. Nel 1601-1602 nel Devonshire, in Inghilterra, vennero raccolte prove riguardanti maleficia perpetrati nel villaggio di Hardness dalla famiglia Trevisand: i testimoni furono 12 e portarono accuse molto precise.
«L’interrogata disse che Peter Trevysard venne a casa sua per chiedere un’accetta, che la servitrice dell’interrogata gli rifiutò; Peter le rispose: “Non l’avrò? Ti farò un bel servizio, prima che siano passati 12 mesi”. E in breve la suddetta Alice Beere si ammalò, seguitando a stare un giorno bene e uno male per lo spazio di 11 settimane e alla fine morì. Anche il marito dell’interrogata e un loro figlio si ammalarono e continuarono così per 17 o 18 settimane, poi morirono» (Verbali del processo alla famiglia Trevisand di Dorthmund, 1601-1602).
I verbali sono pieni di scaramucce e testimoniano più il cattivo carattere della famiglia e la loro fama di iettatori. Per esempio, Cristian Webbe, una vedova, diede in affitto una casa a Michel Trevisan. Quando Cristian chiese la pigione, Alice Trevisand la maledì dicendo «Sarà peggio per te». Alice gettò l’acqua sulla casa di Cristian che fortunatamente venne avvisata da un vicino. Alice invece fu vittima della sua stessa magia perché scivolò su quei gradini, si ammalò gravemente e parte delle mani e delle dita marcirono e si consumarono.
Come vediamo, normali storie di cattivo vicinato trasformano una donna arcigna e maligna in una strega, quando poi alle dicerie popolari cominciarono a sommarsi le teorie teologiche, iniziarono i roghi e i processi.
   
UNA VOCE FUORI DAL CORO: JOHAN WEYER
Alla fine del Quattrocento, dunque, nessuno pare dubitare dell’esistenza delle streghe; né il popolino, che per la verità mai le aveva messe in discussione, né le classi alte che, invece, nel Medioevo guardavano il fenomeno con scetticismo. La strega è una realtà presente e potente nella vita contro cui è necessario scagliarsi. Dal momento che non è possibile sconfiggere Satana che agisce, non dimentichiamolo, solo per volere o concessione divina, allora è bene eliminare chi liberamente lo sceglie e permettere a chi ha stipulato il patto con Satana di confessare le proprie colpe e di purificarsi attraverso il fuoco liberatore.
Johann Weyer
Qualcuno, però, preferì prendere le distanze da questa forma di ossessione diabolica e assumere posizioni scettiche. Il più famoso di quelli che criticarono la caccia alle streghe è, sicuramente, Johann Weyer (1515-1588), medico di Guglielmo V, duca di Cleve. Egli sostenne che le streghe non praticassero tutte le attività che venivano loro attribuite. Nei due testi De praestigiis daemonum(1563) e De lamiis volle dimostrare che le donne ignoranti che ammettevano di essere streghe soffrivano di allucinazioni e non dovevano essere prese sul serio.
Nelle sue tesi usò l’arte medica sostenendo che i maleficia delle streghe si potessero spiegare con cause mediche e naturali e che le confessioni delle streghe sono conseguenza di un disturbo dell’utero chiamato melanconia. Dimostrò che il patto con il diavolo non poteva essere considerato valido (perché sia valido un contratto i due contraenti devono avere la stessa natura)e quindi, non sussistendo, non poteva essere considerato un crimine.
Per Weyer la stregoneria era un tentativo compiuto da una persona con disturbi mentali di fare qualcosa che era impossibile sul piano fisico e giuridico. Tuttavia non si spinse a negare l’esistenza di Satana: egli ammise che il diavolo poteva influenzare la fantasia umana. I maleficia erano da attribuire a cause umane, ma il diavolo era responsabile di aver fatto credere alle streghe di averli causati, giocando sulla fantasia di povere donne ignoranti e malate.
In linea col Canon Episcopi, Weyer affermò che Satana non ha reso le donne dementi, ma solo più vulneraili: il processo contro queste donne, eretiche, è possibile, ma nessuna deve essere messa a morte.
Il pensiero di Weyer rimase isolato e le sue idee vennero screditate dai più grandi inquisitori; solo verso la metà del ‘600 gli intellettuali europei cominciarono a mettere in discussione il potere del Demonio e le sue opere.
    

   Note

1  Egli era un frate dell'ordine di Sant'Ambrogio ad Nemus e nel 1605 ebbe forse, ma la cosa non è certa, il primo contatto con il demonio in quanto fu chiamato al capezzale del duca Guglielmo III, duca di Julich-Clevenberg, che soffriva di una strana malattia, con sintomatologie che per l'epoca erano considerate chiari prove di possessione diabolica. L'idea delCompendium nasce probabilmente in quel periodo. Il testo è scritto in latino e si arricchisce di citazioni su svariate fonti per consentire al lettore di orientarsi con sicurezza nella scottante materia trattata. Il volume contiene con 31 xilografie che riassumono in suggestive immagini i tratti più essenziali descritti nelle pagine. Copia di questo trattato inquisitorio è conservata nella Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli.
2  Il 20 marzo del 1428 venne bruciata come strega Matteuccia di Francesco abitante a Ripabianca presso Deruta. Nella lunga sentenza fatta redigere dal capitano Lorenzo de Surdis compaiono filastrocche contro gli spiriti e il dolor di corpo, fatte confessare con ripetute torture, durante le quali si teneva l'interrogatorio. Ad un tratto, nelle confessioni di questa strega paesana, affiora un frammento estraneo: dopo essersi unta di grasso di avvoltoio, sangue di nottola e sangue di bambini lattanti, Matteuccia invocava il demonio Lucibello, che le appariva in forma di caprone, la prendeva in groppa e, tramutato in mosca, veloce come il fulmine, la portava al noce di Benevento dove erano radunate moltissime streghe e demoni capitanati da Lucifero maggiore.

Fonte



    
      
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